lunedì 14 novembre 2011

Porca Miseria!

Bene, adesso ci tocca per forza mettercela in casa. Io la detesto più di ogni altra, come si detesta tutto quello che fa da tornasole alle nostre manchevolezze. Parlo della Tradescantia, vulgo ‘erba miseria’. Niente di originale da parte mia, s’intende: chi non detesta la povertà più nera? Chi non la teme? Chi non la fugge?
Se poi la miseria si sostanzia in un vegetale, esplode l’effetto potenza. E io con la tradescantia ho un conto aperto da anni. Nella beata gioventù, quando si è ciechi di realtà e smaniosi d’esperienza, riempivo i monolocali dove con frequenza schizotica traslocavo, di leggiadre piantine. Le piazzavo ovunque. Soprattutto in bagno cercavo l’apoteosi cromatica, un esorcismo del water credo, ma dopo poco i vasi contenevano solo mummie. Stessa sorte per qualsiasi pianta varcasse il mio perimetro domestico. Qualcuna decedeva fulmineamente, neanche il tempo di acquistarla, qualcun’altra alla seconda innaffiata si ritrovava le foglie sparse come le trecce dell’Ermengarda, ugualmente rorida di morte. Il più stramazzava massimo in una settimana. Presa-piazzata-stecchita: la sequenza si ripeteva inesorabile. Questo insistere costicchiava pure, ma tracotante di orgoglio non arretravo. Oggi mi vedo, antipatica come solo io so essere, andare avanti indifferente a chi diceva molla, lascia perdere, non è per te.

L’impuntatura portò dunque a questa pianta piangente, una che invece di mirare al cielo spingeva getti e foglie verso il basso. Inedita! La gravità giocava dalla mia parte, e la pianta, di cui ignoravo il nome ma che importava (ripeto, ero giovane. Giovane!), superò inaspettatamente la settimana. Poi rigogliosa il mese: in bagno pendeva tutt’un intreccio di rami e rametti, un trionfare di verde carnoso, un’esplosione di benessere vegetale. Finchè non venne a trovarmi la Stella, una collega con la mania dei cani e della natura, intimamente vocata al catastrofismo, una che aveva sempre avuto da ridire sulla mia gestione del verde. Fui soddisfattissima quando chiese di andare in bagno: lì cresceva la pianta misteriosa, il mio riscatto.
Per giungere a destinazione l’amica avrebbe dovuto scostare una vera cortina di fogliame: quel suo impulso naturale cuciva insieme cesso e successo. Attendevo.
L’urlo arrivò prima dello sciacquone: ‘Ma cosa ti sei messa in casa??!’.
Uscendo dal bagno, ges ticolava come un mulino a vento: ‘La pianta della sfiga, la miseria! Sei matta?! E’ il peggio del peggio! Altro che specchi gatti o venerdì tredici! Cosa ti è saltato in testa?’ Teneva in pugno il sospensorio per rampicanti con la tradescantia (chiamiamola scientificamente), le fronde a spazzar terra: rievocazione scomposta di Giuditta e Oloferne, un soggetto quanto mai sgradevole.
Infatti ci rimasi malissimo. ‘Da quanto ce l’hai?’ chiese guardandomi storta. La risposta non era interessante, perché incalzò subito con ‘Comunque la butto io..’ e mi passò davanti come un razzo, infilò l’uscio di casa e scomparve tracciando un sentiero di piccole, malefiche foglie. Spazzai via con quelle ogni residua velleità e un pollice verde che non avevo mai avuto.
Quell’anno scoprii che l’ex fidanzato, quello che con me voleva leggere Proust sotto un salice e discutere spesso di Klimt e Kokoschka, aveva impalmato miss Italia 1979, una che dichiarava gioiosamente di fare l’orlo alle braghe dei fratelli e di avere letto in adolescenza giusto un giallo mondadori, senza per altro averlo finito.

Nello stesso periodo mi rubarono l’auto e mi arrivò una cartella delle tasse (errata) che sventai solo dopo una trafila lenta e dolorosa. Ora, non è vero ma ci credo. La sfiga esiste e forse la Miseria, con quella crescita in abnorme contrasto col trend personale, c’entrava qualcosa. Alla Stella come che sia porto perenne riconoscenza e voi, che leggete questo post come il verbale di una seduta d’analisi, adesso condividete le radici (parola orrenda) della mia intolleranza alle piante da appartamento. Ingannerei soprattutto me stessa se però affermassi che reginetta di bellezza, furto auto e cartella esattoriale hanno avuto lo stesso peso nell’evolversi della mia vita e del mio sentire. Ecco che non lo farò ed ecco anche perché adesso trovo poco digeribile il ritorno diffuso della ‘miseria’ negli interni italiani.
Questa volta però io non c’entro. Purtroppo il perseverare laddove non si hanno competenze, non è un atteggiamento originale. Né solo giovanile. Qualcuno in questo modo ci ha infilato in casa foreste di tradescantia. Un nome onomatopeico ed evocativo, vero? W missitalia, w le tasse, w la fiat.

lunedì 17 ottobre 2011

il Notocactus è il vero padrone di Porto Miggiano

Voglio dire la mia su una questione ambientale casareccia. Non solo perché d’estate faccio parte di un consolidato gruppo di bagnanti-natanti definiti spietatamente ‘i forzati di Porto Miggiano’ ma anche e soprattutto perché qui si parla di ambiente e, ovvia conseguenza, di vegetazione.
A me Porto Miggiano, naturalmente così pelato, raso e terragno, seduttivo con quella bella torre fallica che certo ha ispirato il Poeta (quale? su due piedi non ricordo, ma uno che ha buttato giù qualche verso bucolico tipo ‘Porto Miggiano senza tramvia/porti lontano l’anima mia’ lo si trova) pare in serio pericolo. Quella lottizzazione, con le piscine smisuratamente abbondanti e per contro con profondità secca-del-mar-morto, la musica dozzinale, il baretto aperitivoso (‘sprizzino’ o ‘fusion’ ?), gli smutandati ostentativi obbligato corredo del luminosamente volgare, nulla sono a confronto dei rischi inoculati dal diffondersi in loco di una cactacea un tempo confinata (per ottimi motivi) alle praterie del sudamerica: il Notocactus.

Ahi me lasso!(sempre il Poeta) il Notocactus è ormai padrone a Porto Miggiano e dintorni. Coi suoi fiori giallo stizza, grandi e centrali, è stato messo in vaso da alcuni ignoti scellerati e ora lo ritroviamo ornamento di vasche idromassaggio, bordura di sentieri lastricati, perimetro di zone ristorante, pungente benvenuto al cancello di orride villette a schiera. Le sue spine si conficcano ovunque. Prima vittima Black: cane da tartufo fuori sede, ha messo il naso nel tubero sbagliato. A terra molti pneumatici di altri ignari turisti. In ospedale a Tricase padrona di agriturismo che raccoglieva erbe presidio slowfood. Esploso il palloncino di Trifone (tre anni) venuto da Alessano con gli zii. Perso l’occhio di un guardone nascostosi proprio dietro due vasi di ‘Scopa’ per la solita sbirciatina. Ci sono anche sospetti che il Notocactus, col suo peso, l’inverno scorso abbia concorso al crollo della scogliera: un chiaro caso di complicità con la speculazione. Cos’altro ancora deve succedere?

Indigniamoci! C’era una scogliera metafisica e millenaria. Un golfetto turchese e selvaggio. Un luogo fiabesco che, resistente per natura all’infestazione vegetale, tollerava giusto qualche fico d’India di quinta-sesta generazione (ben integrato, regolarizzato, ante Bossi-Fini). E tu che fai? Già mi ci infili le piscinazze – si vede che il mare ti fa schifo ma allora perché ci vieni, stai a Lecce che sei al sicuro -, mi costruisci alle spalle un bel Lego di seconde-terze casette, e non pago – come brufoli sul mento di un adolescente –mi spargi ovunque il Notocactus? Tutta colpa delle banche e di un influente manipolo di maniaci sessuali cleptomani (curiamoli). Le prime hanno finanziato acquisto e invaso devolvendo un profluvio di liquidi (chi l’ha detto che le piante grasse non ne hanno bisogno??) a imprenditori (s)pregiudicati, gli altri hanno scelto fior da fiore, indicando nel Notocactus SCOPA e in particolare nella sua sottospecie RUBERRIMUS, le piante da imporre sul territorio.

Una vicenda davvero spinosa e hai voglia a metterci una pezza. Allora sfiliamo, protestiamo, firmiamo petizioni contro il Notocactus e i suoi sponsors. Eppure si sapeva, bastava leggere un qualunque atlante di botanica per scoprire che il Notocactus è stato inserito nel genere ‘Parodia’..insomma non sappiamo essere seri neppure in fatto di piante.
Manifestiamo, ripeto. Giornata mondiale degli Indignati di Porto Miggiano presto, prestissimo. Anzi, ieri l’altro. E tu Black, la prossima volta resti a cuccia.

mercoledì 5 ottobre 2011

Non volevo strafare


Queste piante maledette sono disposte a tutto pur di non mollare il posto vaso non sempre conquistato in modo limpido. Un esempio chiarissimo ci viene dalla Bocca di leone (conoscevate il dente, vero? siete dei bambini). C’è in quest’Antirrhinum majus una pervicacia, una sfrontataggine, una baldanza appiccicosa (e non solo per colpa degli afidi) che ne fa il peggio della pur trista genia delle  Scrofulariaceae. Per liberarsene occorre sapere di guerriglia urbana, e conoscere alcune cosette per inquadrare il soggetto.

P
rimo, trattasi di predestinato: voi non l’avete scelto.
E neppure l’amministratore ricorda come mai, di tante piante in circolazione, proprio quella sia finita in lista al momento del restyling dell’atrio condominiale. E ancor meno ne sa spiegarne l’imprevisto esubero numerico e la conseguente compulsiva ricerca di spazi ad hoc.
 Gli Antirrhinum spesso finiscono imboscati: magari - come in un caso leccese notissimo - al terzo piano, nel due camere e bouvette appartenuto a un consigliere psi: l’erede barattò l’accoglienza per sedici piante con uno sconticino sul riparto spese pulizia scale. In compenso perse l’uso dell’immobile. Okkupato.
S
econdo, è un soggetto che non si accontenta: esige un letto caldo, sempre. Torba e sabbia. Intorbidito e insabbiato vive infatti alla grande. E mangia mangia, e cresce cresce, che in otto-dodici giorni è capace di germinare tanto formare un suo gruppo. Poi se ne distacca, magari. Intanto sai che casino.
T
Erzo, resiste a tutto: incassatore sorprendente. Se il piano è lasciarlo al suo destino per poi una volta atrofico sostituirlo con piante a scelta diretta, soprassedete. Neppure la grandine o il lancio di monetine scalfiscono questo fusto. Né si confidi sulla riunione di condominio straordinaria: si va al voto solo a scadenza e comunque in quel caso, franchi tiratori impiomberanno il numero legale. Nel frattempo facilmente arriverà al condominio stesso decreto ingiuntivo per il pagamento della fornitura (non richiesta).

Che porcellum con le Scrofulariacee! Come fare per ripristinare il diritto di determinazione almeno in materia di verde domestico? Molti i tentativi, tanti i fallimenti, e purtroppo non rare le proposte sballate.
Dal trattato di Feng shui allegato a un recente Architectural Digestion : ‘Esposto a nord  l’Anthirrinum majus rapidamente smette di ramificare a vuoto e a spese d’altri’. Falso. Certa stampa è in mani pericolose. La bocca di leone (detta anche di lupo, ndr) regge tempeste padane, dolomitiche e ben altro.
Scienza! Ecco cosa ci vuole per smettere di foraggiare piantacce non volute, spesso inutili e manco di presenza. Sradicati invita alla lotta integrata. La muffa grigia (fungo assassino, tale Botrytis cinerea) attacca i colletti degli anthirrinum e declassandone il biancore, copre le foglie di fatali ammassi pulverulenti: garantito avvizzimento rapido. In aggiunta si può contare su un ulteriore effetto fungino noto come ‘marciume radicale’. Questa componente non farà certo mancare il suo sostegno.  Come?  Un’altra bufala di Architectural Digestion?! i radicali sono più che mai liberi. Allora non ci resta che il botulino. Scienza, dicevo. 


mercoledì 28 settembre 2011

Leptospermum scoparium


Siete testimoni che ho parlato di ‘aria ammorbata’ e ‘contesto appesantito’ in tempi non sospetti. Certo, ce l’avevo (e ce l’ho) con le piante da appartamento e i loro mentori sciagurati ma avete visto allora vibrare qualche muscolo facciale di Maurizio Lupi? Colto qualche sua pennellata verbale di piccato risentimento? Me ne stavo in disparte, depressa: dopo mesi che lancio moniti, produco aneddoti esemplificativi, denuncio il pericolo che ci insidia, manco un sacrestano che rilanci, un capo condominio che annuisca, un controllore bus che si schieri. Già a un passo dal suicidarmi ingerendo concime del Mato Grosso, come folgore saturniana - luminoso e preclaro - un Cardinale (dunque un uomo santo) ha scagliato il suo monito in mare aperto, e io ho mollato il concime sul ciclamino di mia suocera, subito deceduto (il ciclamino).
Il cardinal Bagnasco non ha mai letto Sradicati ma è un saggio lo stesso (sopporta max piante di plastica, rari fiori di seta) ed è chiaro che siamo sintonizzati al di là della Radio Vaticana. Dunque fatemi tuonare con Lui: davvero basta con i comportamenti licenziosi e le relazioni improprie. Non c’è più aiuola contenitiva. Una cintura protettiva, un confine almeno domestico. Il mondo vegetale è un mondo promiscuo, lascivo e pronto a tutto per sopravvivere. Sfrutta l’uomo ingenuo e generoso, quello convinto che quattro foglie sul comò facciano sempreverde e cerca così bellezza, flessuosità, colore. Vita. Per questo, paga. Negozio, vivaio, supermercato che sia. Gli intermediari non mancano. E la pianta, trionfante, entra in casa. Difficilissimo vederla uscire. La più sfacciata, senza scrupoli, è la Leptospermum scoparium. Forma rotondeggiante, rami contorti, appare come una tenerella dai bei fiori rossi o rosa che esplodono in estate. Il geometra Fersini, da Cavallino, ne aveva sentito parlare e infelice con la seconda moglie tanto appesantita, aveva cercato ricovero nella Lepto, dopo avere preso un muffo dalla badante della madre. Ordine su Internet (dobbiamo rimarcare i pericoli della rete?), consegna a domicilio e subdolo bigliettino alla consorte. Quasi un’ode alla famiglia, bella realtà di cui le era grato. La moglie finse di abboccare.

 Poco dopo, essendo la scoparium un’australiana (avete presente Nicole Kidmann?) alta fino a cinque metri e larga in proporzione, il geometra non esitò a servirsene come paravento per una pratica onanistica che lo sopraffece durante una puntata di ‘Uomini e donne’. Poi, trovandosi benino grazie anche alla distanza salvifica dalla cucina regno-della- moglie, volle strafare e avvolto nella Leptospermum palpeggiò a scatti un’amica della figliastra ventenne. Ahhhahh, fece sorpresa la Ylenia guardandosi intorno. Ma è tuo padre! esclamò quindi rivolta all’amica. Poveretto, fece quella, è malato: abbi pazienza. Il geometra tentò di allungare un ciondolino di silver alle ragazze ma non bastò. ‘Nu cazz!’ urlò la signora Fersini uscendo dalla cucina dove friggeva pittule. Olio bollente sui bollenti spiriti e fu la fine del secondo matrimonio. Quando si dice restare scottati: Fersini vive oggi nel garage di un vicino. Ad Altri è andata diversamente, d’accordo, però con quanti matrimoni a pezzi è lastricata la strada del paradiso? Dice ancora Lupi che i peccati li giudica il buon Dio. Sì ma un portavoce fa sapere che ormai Lui si annoia e potrebbe far chiuder bottega a tutti mandando una nuova epidemia di punteruolo rosso a far secche le Scoparium e chi le procaccia. Quanto agli utilizzatori finali, già delegato il Sant’Uffizio. E anche altri Uffizi meno santi ma molto giudi..ziosi. Nell’attesa, però, la Leptospermum fa dei gran bei fiori.

martedì 12 luglio 2011

La Medinilla, splendida pianta da fiore

Sono decisamente in ritardo rispetto alla mia media-blog, ma capirete che ho preferito tacere un po’ per tener calmi i mercati. Quello di Amsterdam primo tra tutti. Le turbolenze legate ai prezzi dei bulbi non hanno però moderato il loro impeto quanto era logico aspettarsi, e devo ammettere che oggi persistono
sulla piazza affari decisamente poco trasparenti. D’obbligo puntare allora il dito contro le vendite allo scoperto, che in questo periodo dell’anno significano serio pericolo per la salute dei tanti avventati che investono in piante e fiori. Oltre al pesante rischio di un’insolazione - con conseguenti impennate dei costi sociali, sanitari in primis -, trascorrere ore tra i vialetti di un vivaio impossibilitati al costume e senza avere in testa almeno una paglietta corleonese, procura cento per cento la famigerata e invalidante abbronzatura del giardiniere. Durante le vendite allo scoperto infatti, il sole crea un’area Schengen nel giro coscia e nel braccio, una divisione razzista tra carne bianca e nera, un gap ombra/luce poi difficilissimo da colmare, anche a mercati chiusi. Uniti dunque per bloccare un meccanismo infame che già ha fatto vittime. Chi non ricorda lo sfortunato commercialista di Melendugno che per poter alleggerire la dichiarazione di un caro cliente volle scegliere personalmente in un pomeriggio di luglio centottanta piante ornamentali? Dichiarati spese di rappresentanza, come da soffiata uscita dalla Procura, i viburni piazzati qua e là per casa avevano in realtà ruolo di cripta-cimici, per cogliere sul fatto la moglie del cliente, storia di corna col socio in affari. Il commercialista morì ustionato mentre visionava la verzura, ma si era poi proceduto comunque all’acquisto grazie a un legato testamentario. Confermandosi l’assunto che le piante in casa sono indifendibili carogne, la tresca fu documentata da intercettazioni ritenute legali e usata in tribunale per ritorsioni ad ampio raggio. Il caso è cold, ma la guardia non va abbassata. Le cimici poi fanno schifo e se le schiacciate si sa che puzzano.
Se la speculazione deve essere fermata e il debito ridotto, urge stop alle spese: basta ipad, schede telefoniche multiple, magnum di pop corn al cinema (ma non vi viene una sete bestiale?), statue di padre Pio in giardino. Ma basta soprattutto con le piante. Siamo già al verde, insistiamo? E non volendo lasciare il cerino nelle mani del prossimo blogger, aggiungo: adesso.
Quindi tuona la mia indignazione mentre hic et nunc denuncio l’esemplare e feroce caso della medinilla magnifica. Qui i fondi agricoli avevano fatta incetta tra circa 400 specie e siccome nel loro campo non sono degli sprovveduti, avevano puntato sui mercati emergenti pompando al massimo un’orientale, una filippina bella tra le belle, botanicamente M A G N I F I C A. In latino, eh? Che anche in Vaticano con gli investimenti non si scherza.

La Medinilla, splendida pianta da fiore, fusto spesso a sezione quadra (aiuta la quadratura di bilancio), foglie verde scuro che secondo gli analisti avrebbero potuto raggiungere un target fino a trenta centimetri, è stato il cavallo di Troia (scusino eventuali ministre in lettura) ideale per il gioco al rialzo. In poco tempo la Magnifica, le cui difficoltà di moltiplicazione erano notissime agli esperti, ha visto impennarsi il suo valore. Giardinieri di tutto il mondo e non solo, hanno fatto incetta di terriccio universale – l’unico che ne garantiva la proliferazione - per assicurarsi mano libera e su larga scala. La Medinilla quotava così sui mercati internazionali anche diecimila dollari al barile (le avevano messe in vendita proprio così, a barili, per trovare riscontro anche sul versante arabo) e il toro era scatenato.
Abbiamo dunque visto quei fiori circondati da brattee rosa chiaro nei luoghi più chic della terra. Briatore ha riempito la camera da letto armatoriale, Angiolina Jolie ha inghirlandato i figli, Lapo Elkann ne ha annusato i petali allo sfinimento. Fino all’ultimo raggio di mondanità: il bouquet della Titti, una biondina ora Brunetta, solo appena imbarazzata nel tradizionale lancio del trofeo matrimoniale: aveva nell’entusiasmo tenuto il barile. Nessun ferito.

Ma ecco, a poche ore dal sì, scoppia la bolla della Magnifica. In realtà già da tempo si sospettava che, al di là dei fondi, la vera incetta del terriccio universale l’avesse fatta molto prima un misterioso qualcun altro. Ma ora, d’un tratto, l’indisponibilità del vitale materiale, mal difeso dalle pur importanti iniezioni delle bancarelle centrali, è venuta a galla mentre la medinilla rapidamente smetteva di moltiplicarsi. I fondi, che non si erano persi nemmeno un numero di News of the World, hanno venduto massicciamente. Della Magnifica, dalla quale persino il Vaticano pare aver preso le distanze indicando nel Magnificat il suo solo interesse (subito incazzati i sostenitori dello Stabat mater), rimane qualche foto. I barili sono vuoti e anche le borse (c’è sempre qualcuno che imberta una pianta nella shopping). Le quotazioni stanno a zero.

La speculazione internazionale, che ha venduto allo scoperto a quei pirla che giravano senza cappello, se la gode. Il bouquet della Titti, finito ad un’amica endocrinologa che nell’acchiapparlo aveva pianto, è secco e incolore.
Panico diffuso mentre la Procura indaga sulla liceità di uomini e azioni. Per ora i responsabili della scomparsa di milioni di metri cubi di terriccio universale non hanno un nome. Silenzio da Bruxelles, silenzio da Avetrana. Perquisita una casa dove a Tremonti sarebbe piaciuto abitare ma il proprietario aveva detto col cazzo che te la presto.

Unica speranza, un testimone sardo: Gianninu Lu Puddu, muratore e difensore del dialetto, abitante alla Maddalena. Ai magistrati suggerisce: ‘Chircate in su isula’. Traduzione: cercate nell’isola.
Poi aggiunge: ‘Gi ottu! Gi ottu!‘
Acc..la traduzione è scritta così in piccolo…

giovedì 30 giugno 2011

Lo strano caso della Ctenanthe oppenheimiana

Per quanto superlativamente rara, con la storia dei centocinquant’anni ve la siete trovata tra i pollici. Non va sottovalutata, questa Ctenanthe oppenheimiana: ora la sua versione ‘tricolor’ mira a fare di voi un martire e non viceversa. Vellutata come una Campbell, accattivante nelle sfumature color crema, la piantaccia in questione è l’incubo del piu’ coriaceo tra i coltivatori. Instabile, suscettibile, ambigua, umanizzando la direi perennemente in bilico tra l’urlo e la risata. Se già la gestione ordinaria è ostica e non si riesce a farla crescere oltre i cinquanta centimetri quando all’origine supererebbe agilmente il metro, la Ctenanthe ha un irrisolto lato oscuro e va di magia spicciola.

Ignari ed estatici davanti ai ricercati e misteriosi disegni delle sue foglie, ne avete favoleggiato con un conoscente noto per vanterie botaniche.Uno che, avuto in gestione un orto per anziani, per un attimo voleva darsi a coltivazioni ambigue per rinvigorire la pensione poi – troppo pigro per crearsi una clientela - , ha ripiegato su certi pomodori che gli vengono grossi come le palle di Bossi. Beh, agli ortaggi da Isola del dottor Mabuse di Giuseppe, è ora di opporre il rigoglio di una pianta da veri maestri del verde, una specie che i manuali sconsigliano a chi non è pronto alla sconfitta e manca di padani attributi.

Pronti allora per stupire, carichi di autostima e amor patrio, per giorni avete vezzeggiato in ogni modo la Ctenanthe, parlandole e sussurrandole persino un paio di poesie di Sandro Bondi. Tenerissima, molto efficace, quella dedicata alla mamma di Dio ha generato due splendidi getti. Lei, ormai piu simile a un quadro di Klimt che a un vegetale, pareva ricambiarvi con lucentezza e magnificenza. Avreste umiliato Giuseppe e i suoi ortaggi. Se non fosse che, avvicinatovi per una perfida lucidatine finale, d`un tratto addio Klimt. Sulle foglie niente più sfumature, geometrie intarsi. Avete un bel da rigirarle convulsamente: tinta unita. Incazzati come solo La Russa sa esserlo quando sparisce qualcosa, tipo qualche deputato dal partito, azzannate il figlio minore, sì, quello con la bomboletta sempre in mano. Vuoi vedere che finito lo striscione per Pontida ha smaltito gli avanzi di colore sulla pianta? Del resto già una volta l’avevate beccato a omogeneizzare le pareti del bagno con il pensiero politico e vi è costato un mille euro di intervento riparatore.

Ma la pianta ha fatto tutto da sola: è il giochetto preferito della Ctenanthe e nemmeno quelli di Voyager ne sono venuti a capo. Si sa solo che ci marcia da tempo immemore, con gli indigeni brasiliani che la chiamarono pianta della preghiera. Soggioga così chi crede di poterla gestire e senza alcuna miccia di causa/effetto, farà ricomparire i disegni con la stessa estemporaneità. Ma voi volete sapere come e perchè, l’esoterico vi attizza e la scienza pure, anche se avete all’attivo la maturità geometri (ricordate come fosse trascorso un giorno quel bel tema sui crepuscolari e Fogazzaro). Qual è il segreto della beffarda Marantacea (famigliola d’appartenenza)? Non ci dormite la notte. Vi alzate con la scusa della prostatite per sbirciare le foglie. Astuti come Buttiglione quando aspirando all’Europa riuscì a farsi ricacciare in un anfratto della madre patria, provate ogni tipo di lusinga. Concime, rinforzante, ravvivante, rinverdente. Anticocciniglia, funghicida, ammazza-afidi. E se fosse l’acqua calcarea, quella più o meno di tutti i sindaci? Ai tempi del referendum la pianta si era ammosciata come un’eroina tisica. Ora provate con acqua minerale, ma niente. E’ verde senza un segnetto e le foglie sono chiuse come coni al pistacchio. Passa il figlio piccolo, quello di Pontida. Che vuoi papà? chiede davanti al lampo luccicante dei vostri occhi. Dov’è?! No, non te la do. Si no, breve colluttazione. Ce l’avete. E la scaricate nel vaso della Ctenanthe. Lo sapevate, l’avevate sempre saputo. La tela si ricompone. Klimt ritorna proprio mentre Giuseppe lo spocchioso suona alla porta. Ha in mano un bel grappolo di pomodoroni. Assaggia! Vi sfida. Bevi! Rispondete, anche se dargli l’ulima acqua del Po un po’ vi secca.


Siete stati a Pontida, bravissimi, e per tre euro avete portato a casa la vitale ampolla con l’acqua del Po.

lunedì 20 giugno 2011

La verità vi prego sui bonsai

Quando chiedono ‘ma è vero?’ viene l’orticaria. Normalmente accompagnano la domanda con una strofinata anche robusta alle fogliette, poi vi guardano sospettosi. Ma certo, rispondete seccati domandandovi se piuttosto che al bonsai non era meglio dedicarsi all’origami.

Sentimento personale: li accomuna una assoluta inutilità. L’origami, però, nonostante certi libri (al rogo al rogo) ne divulghino scelleratamente la tecnica, viene ancora percepito come confinato in Giappone, un po’ come i disastri nucleari, chè l’oceano ci distanzia e salva. E’ un inganno, naturalmente. L’origami ha buon gioco nelle scuole inferiori e a certi sbilenchi lavoretti infantili datati natale e pasqua pochi si sottraggono. In genere comunque basta rovesciarci un po’ d’acqua sopra e il manufatto cartaceo, come del resto abbiamo visto i noccioli delle centrali nucleari, torna alla fisica originaria.

Il bonsai è ben più coriaceo. Intanto ha massicciamente varcato i mari – si pensa in nave, come Nosferatu – e non c’è negozio o vivaio esente da conquista. Un caso bizzarro: mentre comunemente ci si danna per salvarsi dagli errori della natura, al bonsai si aprono le porte, lo si vezzeggia, lo si pone in alto per dargli la dovuta evidenza, lo si illude di incarnare tenacia, ardimento e persino grazia.
Il guaio è che così il bonsai si guasta ulteriormente il carattere. La stazza ridotta è sì stata ingiustamente vittima di ignobili lazzi (Longanesi: era cosi’ nervoso che si sfogava camminando su e giu’ sotto al letto; mia cugina di Mogliano veneto: più i xe piccoli più i xe cativi; e via calunniando), ma qui la reazione è fuori controllo.

Ci sono bonsai che si credono Napoleone e altri che si credono ministri della repubblica. Il rischio si aggrava se il delirio trova degli sponsor: si favoleggia di un bonsai che voleva dir messa perché si sentiva in croce e intanto aveva trovato alloggio in Vaticano.
Ma al di là delle leggende, la convinzione è che ogni pianticella abbia una sua personalità e proprie caratteristiche. La vostra per esempio, odia la precarietà. Ogni volta che cambiate attrezzatura o metodo di lavoro, è come se si sottraesse. Giurereste di averla vista girare le foglie dall’altra parte e siete certi che se avesse avuto la possibilità sarebbe fuggita a radici spiegate. Quindi non di rado il bonsai è anche un ingrato.
E voi che per farne quel nanerottolo frusciante avete sudato anche da fermi: rigidamente catechizzati da manuali che nulla consentono all’iniziativa personale, lo avete tirato su secondo la tecnica dell’eretto formale, stile vincolante per le simil-conifere, teso a mantenerne il vigore anche nella galleria del vento e senza interventi esterni, magari femminili.

Ignari che i bonsai tengono in giusta considerazione solo loro stessi, neppure sapevate che arrivano a ‘mordere’ la mano che li nutre. Ecco perché ve ne state con la destra fasciata alla bell’e meglio. Mentre eravate intenti a calcolare che il ramo principale raggiungesse davvero un terzo dell’altezza totale e per far prima avete usato il vecchio metodo del pallino da bocce (pollice e mignolo aperti a far misura, chissà perché saltava sempre su anche il medio) zac, avete fatto cadere il bonsai e nel raccogliere i pezzi del vasetto vi siete feriti. Un esempio fallito di semplificazione.

Il consiglio è lasciar perdere le piante, specie quelle che richiedono il metro da sarta. Del resto per certa botanica da camera non basta la laurea, pare ci voglia il nobel. Così, tanto stanchi quanto vendicativi, consci che i bonsai temono i cambiamenti ma ancor più gli agguati, avete maturato un epilogo feroce.
La zia Perla è piombata a prendersi il bonsai che a dispetto dell’impegno si era sviluppato a scopa rovesciata, con sfascio di ogni progettualità. La zia, già soluzione finale per lo zio Pino, è stata individuata proprio per questa assonanza. Se ha portato alla tomba il Pino (conifera) come può fallire col bonsai? Eppure, nel mettergliela in mano avete avvertito un fremito di colpa: sta attenta sai, che per certe robe ci vuole il nobel! E lei: eh, stavano per darmelo, che ti credi? Poi però ho scelto il giardinaggio.