martedì 12 luglio 2011

La Medinilla, splendida pianta da fiore

Sono decisamente in ritardo rispetto alla mia media-blog, ma capirete che ho preferito tacere un po’ per tener calmi i mercati. Quello di Amsterdam primo tra tutti. Le turbolenze legate ai prezzi dei bulbi non hanno però moderato il loro impeto quanto era logico aspettarsi, e devo ammettere che oggi persistono
sulla piazza affari decisamente poco trasparenti. D’obbligo puntare allora il dito contro le vendite allo scoperto, che in questo periodo dell’anno significano serio pericolo per la salute dei tanti avventati che investono in piante e fiori. Oltre al pesante rischio di un’insolazione - con conseguenti impennate dei costi sociali, sanitari in primis -, trascorrere ore tra i vialetti di un vivaio impossibilitati al costume e senza avere in testa almeno una paglietta corleonese, procura cento per cento la famigerata e invalidante abbronzatura del giardiniere. Durante le vendite allo scoperto infatti, il sole crea un’area Schengen nel giro coscia e nel braccio, una divisione razzista tra carne bianca e nera, un gap ombra/luce poi difficilissimo da colmare, anche a mercati chiusi. Uniti dunque per bloccare un meccanismo infame che già ha fatto vittime. Chi non ricorda lo sfortunato commercialista di Melendugno che per poter alleggerire la dichiarazione di un caro cliente volle scegliere personalmente in un pomeriggio di luglio centottanta piante ornamentali? Dichiarati spese di rappresentanza, come da soffiata uscita dalla Procura, i viburni piazzati qua e là per casa avevano in realtà ruolo di cripta-cimici, per cogliere sul fatto la moglie del cliente, storia di corna col socio in affari. Il commercialista morì ustionato mentre visionava la verzura, ma si era poi proceduto comunque all’acquisto grazie a un legato testamentario. Confermandosi l’assunto che le piante in casa sono indifendibili carogne, la tresca fu documentata da intercettazioni ritenute legali e usata in tribunale per ritorsioni ad ampio raggio. Il caso è cold, ma la guardia non va abbassata. Le cimici poi fanno schifo e se le schiacciate si sa che puzzano.
Se la speculazione deve essere fermata e il debito ridotto, urge stop alle spese: basta ipad, schede telefoniche multiple, magnum di pop corn al cinema (ma non vi viene una sete bestiale?), statue di padre Pio in giardino. Ma basta soprattutto con le piante. Siamo già al verde, insistiamo? E non volendo lasciare il cerino nelle mani del prossimo blogger, aggiungo: adesso.
Quindi tuona la mia indignazione mentre hic et nunc denuncio l’esemplare e feroce caso della medinilla magnifica. Qui i fondi agricoli avevano fatta incetta tra circa 400 specie e siccome nel loro campo non sono degli sprovveduti, avevano puntato sui mercati emergenti pompando al massimo un’orientale, una filippina bella tra le belle, botanicamente M A G N I F I C A. In latino, eh? Che anche in Vaticano con gli investimenti non si scherza.

La Medinilla, splendida pianta da fiore, fusto spesso a sezione quadra (aiuta la quadratura di bilancio), foglie verde scuro che secondo gli analisti avrebbero potuto raggiungere un target fino a trenta centimetri, è stato il cavallo di Troia (scusino eventuali ministre in lettura) ideale per il gioco al rialzo. In poco tempo la Magnifica, le cui difficoltà di moltiplicazione erano notissime agli esperti, ha visto impennarsi il suo valore. Giardinieri di tutto il mondo e non solo, hanno fatto incetta di terriccio universale – l’unico che ne garantiva la proliferazione - per assicurarsi mano libera e su larga scala. La Medinilla quotava così sui mercati internazionali anche diecimila dollari al barile (le avevano messe in vendita proprio così, a barili, per trovare riscontro anche sul versante arabo) e il toro era scatenato.
Abbiamo dunque visto quei fiori circondati da brattee rosa chiaro nei luoghi più chic della terra. Briatore ha riempito la camera da letto armatoriale, Angiolina Jolie ha inghirlandato i figli, Lapo Elkann ne ha annusato i petali allo sfinimento. Fino all’ultimo raggio di mondanità: il bouquet della Titti, una biondina ora Brunetta, solo appena imbarazzata nel tradizionale lancio del trofeo matrimoniale: aveva nell’entusiasmo tenuto il barile. Nessun ferito.

Ma ecco, a poche ore dal sì, scoppia la bolla della Magnifica. In realtà già da tempo si sospettava che, al di là dei fondi, la vera incetta del terriccio universale l’avesse fatta molto prima un misterioso qualcun altro. Ma ora, d’un tratto, l’indisponibilità del vitale materiale, mal difeso dalle pur importanti iniezioni delle bancarelle centrali, è venuta a galla mentre la medinilla rapidamente smetteva di moltiplicarsi. I fondi, che non si erano persi nemmeno un numero di News of the World, hanno venduto massicciamente. Della Magnifica, dalla quale persino il Vaticano pare aver preso le distanze indicando nel Magnificat il suo solo interesse (subito incazzati i sostenitori dello Stabat mater), rimane qualche foto. I barili sono vuoti e anche le borse (c’è sempre qualcuno che imberta una pianta nella shopping). Le quotazioni stanno a zero.

La speculazione internazionale, che ha venduto allo scoperto a quei pirla che giravano senza cappello, se la gode. Il bouquet della Titti, finito ad un’amica endocrinologa che nell’acchiapparlo aveva pianto, è secco e incolore.
Panico diffuso mentre la Procura indaga sulla liceità di uomini e azioni. Per ora i responsabili della scomparsa di milioni di metri cubi di terriccio universale non hanno un nome. Silenzio da Bruxelles, silenzio da Avetrana. Perquisita una casa dove a Tremonti sarebbe piaciuto abitare ma il proprietario aveva detto col cazzo che te la presto.

Unica speranza, un testimone sardo: Gianninu Lu Puddu, muratore e difensore del dialetto, abitante alla Maddalena. Ai magistrati suggerisce: ‘Chircate in su isula’. Traduzione: cercate nell’isola.
Poi aggiunge: ‘Gi ottu! Gi ottu!‘
Acc..la traduzione è scritta così in piccolo…

giovedì 30 giugno 2011

Lo strano caso della Ctenanthe oppenheimiana

Per quanto superlativamente rara, con la storia dei centocinquant’anni ve la siete trovata tra i pollici. Non va sottovalutata, questa Ctenanthe oppenheimiana: ora la sua versione ‘tricolor’ mira a fare di voi un martire e non viceversa. Vellutata come una Campbell, accattivante nelle sfumature color crema, la piantaccia in questione è l’incubo del piu’ coriaceo tra i coltivatori. Instabile, suscettibile, ambigua, umanizzando la direi perennemente in bilico tra l’urlo e la risata. Se già la gestione ordinaria è ostica e non si riesce a farla crescere oltre i cinquanta centimetri quando all’origine supererebbe agilmente il metro, la Ctenanthe ha un irrisolto lato oscuro e va di magia spicciola.

Ignari ed estatici davanti ai ricercati e misteriosi disegni delle sue foglie, ne avete favoleggiato con un conoscente noto per vanterie botaniche.Uno che, avuto in gestione un orto per anziani, per un attimo voleva darsi a coltivazioni ambigue per rinvigorire la pensione poi – troppo pigro per crearsi una clientela - , ha ripiegato su certi pomodori che gli vengono grossi come le palle di Bossi. Beh, agli ortaggi da Isola del dottor Mabuse di Giuseppe, è ora di opporre il rigoglio di una pianta da veri maestri del verde, una specie che i manuali sconsigliano a chi non è pronto alla sconfitta e manca di padani attributi.

Pronti allora per stupire, carichi di autostima e amor patrio, per giorni avete vezzeggiato in ogni modo la Ctenanthe, parlandole e sussurrandole persino un paio di poesie di Sandro Bondi. Tenerissima, molto efficace, quella dedicata alla mamma di Dio ha generato due splendidi getti. Lei, ormai piu simile a un quadro di Klimt che a un vegetale, pareva ricambiarvi con lucentezza e magnificenza. Avreste umiliato Giuseppe e i suoi ortaggi. Se non fosse che, avvicinatovi per una perfida lucidatine finale, d`un tratto addio Klimt. Sulle foglie niente più sfumature, geometrie intarsi. Avete un bel da rigirarle convulsamente: tinta unita. Incazzati come solo La Russa sa esserlo quando sparisce qualcosa, tipo qualche deputato dal partito, azzannate il figlio minore, sì, quello con la bomboletta sempre in mano. Vuoi vedere che finito lo striscione per Pontida ha smaltito gli avanzi di colore sulla pianta? Del resto già una volta l’avevate beccato a omogeneizzare le pareti del bagno con il pensiero politico e vi è costato un mille euro di intervento riparatore.

Ma la pianta ha fatto tutto da sola: è il giochetto preferito della Ctenanthe e nemmeno quelli di Voyager ne sono venuti a capo. Si sa solo che ci marcia da tempo immemore, con gli indigeni brasiliani che la chiamarono pianta della preghiera. Soggioga così chi crede di poterla gestire e senza alcuna miccia di causa/effetto, farà ricomparire i disegni con la stessa estemporaneità. Ma voi volete sapere come e perchè, l’esoterico vi attizza e la scienza pure, anche se avete all’attivo la maturità geometri (ricordate come fosse trascorso un giorno quel bel tema sui crepuscolari e Fogazzaro). Qual è il segreto della beffarda Marantacea (famigliola d’appartenenza)? Non ci dormite la notte. Vi alzate con la scusa della prostatite per sbirciare le foglie. Astuti come Buttiglione quando aspirando all’Europa riuscì a farsi ricacciare in un anfratto della madre patria, provate ogni tipo di lusinga. Concime, rinforzante, ravvivante, rinverdente. Anticocciniglia, funghicida, ammazza-afidi. E se fosse l’acqua calcarea, quella più o meno di tutti i sindaci? Ai tempi del referendum la pianta si era ammosciata come un’eroina tisica. Ora provate con acqua minerale, ma niente. E’ verde senza un segnetto e le foglie sono chiuse come coni al pistacchio. Passa il figlio piccolo, quello di Pontida. Che vuoi papà? chiede davanti al lampo luccicante dei vostri occhi. Dov’è?! No, non te la do. Si no, breve colluttazione. Ce l’avete. E la scaricate nel vaso della Ctenanthe. Lo sapevate, l’avevate sempre saputo. La tela si ricompone. Klimt ritorna proprio mentre Giuseppe lo spocchioso suona alla porta. Ha in mano un bel grappolo di pomodoroni. Assaggia! Vi sfida. Bevi! Rispondete, anche se dargli l’ulima acqua del Po un po’ vi secca.


Siete stati a Pontida, bravissimi, e per tre euro avete portato a casa la vitale ampolla con l’acqua del Po.

lunedì 20 giugno 2011

La verità vi prego sui bonsai

Quando chiedono ‘ma è vero?’ viene l’orticaria. Normalmente accompagnano la domanda con una strofinata anche robusta alle fogliette, poi vi guardano sospettosi. Ma certo, rispondete seccati domandandovi se piuttosto che al bonsai non era meglio dedicarsi all’origami.

Sentimento personale: li accomuna una assoluta inutilità. L’origami, però, nonostante certi libri (al rogo al rogo) ne divulghino scelleratamente la tecnica, viene ancora percepito come confinato in Giappone, un po’ come i disastri nucleari, chè l’oceano ci distanzia e salva. E’ un inganno, naturalmente. L’origami ha buon gioco nelle scuole inferiori e a certi sbilenchi lavoretti infantili datati natale e pasqua pochi si sottraggono. In genere comunque basta rovesciarci un po’ d’acqua sopra e il manufatto cartaceo, come del resto abbiamo visto i noccioli delle centrali nucleari, torna alla fisica originaria.

Il bonsai è ben più coriaceo. Intanto ha massicciamente varcato i mari – si pensa in nave, come Nosferatu – e non c’è negozio o vivaio esente da conquista. Un caso bizzarro: mentre comunemente ci si danna per salvarsi dagli errori della natura, al bonsai si aprono le porte, lo si vezzeggia, lo si pone in alto per dargli la dovuta evidenza, lo si illude di incarnare tenacia, ardimento e persino grazia.
Il guaio è che così il bonsai si guasta ulteriormente il carattere. La stazza ridotta è sì stata ingiustamente vittima di ignobili lazzi (Longanesi: era cosi’ nervoso che si sfogava camminando su e giu’ sotto al letto; mia cugina di Mogliano veneto: più i xe piccoli più i xe cativi; e via calunniando), ma qui la reazione è fuori controllo.

Ci sono bonsai che si credono Napoleone e altri che si credono ministri della repubblica. Il rischio si aggrava se il delirio trova degli sponsor: si favoleggia di un bonsai che voleva dir messa perché si sentiva in croce e intanto aveva trovato alloggio in Vaticano.
Ma al di là delle leggende, la convinzione è che ogni pianticella abbia una sua personalità e proprie caratteristiche. La vostra per esempio, odia la precarietà. Ogni volta che cambiate attrezzatura o metodo di lavoro, è come se si sottraesse. Giurereste di averla vista girare le foglie dall’altra parte e siete certi che se avesse avuto la possibilità sarebbe fuggita a radici spiegate. Quindi non di rado il bonsai è anche un ingrato.
E voi che per farne quel nanerottolo frusciante avete sudato anche da fermi: rigidamente catechizzati da manuali che nulla consentono all’iniziativa personale, lo avete tirato su secondo la tecnica dell’eretto formale, stile vincolante per le simil-conifere, teso a mantenerne il vigore anche nella galleria del vento e senza interventi esterni, magari femminili.

Ignari che i bonsai tengono in giusta considerazione solo loro stessi, neppure sapevate che arrivano a ‘mordere’ la mano che li nutre. Ecco perché ve ne state con la destra fasciata alla bell’e meglio. Mentre eravate intenti a calcolare che il ramo principale raggiungesse davvero un terzo dell’altezza totale e per far prima avete usato il vecchio metodo del pallino da bocce (pollice e mignolo aperti a far misura, chissà perché saltava sempre su anche il medio) zac, avete fatto cadere il bonsai e nel raccogliere i pezzi del vasetto vi siete feriti. Un esempio fallito di semplificazione.

Il consiglio è lasciar perdere le piante, specie quelle che richiedono il metro da sarta. Del resto per certa botanica da camera non basta la laurea, pare ci voglia il nobel. Così, tanto stanchi quanto vendicativi, consci che i bonsai temono i cambiamenti ma ancor più gli agguati, avete maturato un epilogo feroce.
La zia Perla è piombata a prendersi il bonsai che a dispetto dell’impegno si era sviluppato a scopa rovesciata, con sfascio di ogni progettualità. La zia, già soluzione finale per lo zio Pino, è stata individuata proprio per questa assonanza. Se ha portato alla tomba il Pino (conifera) come può fallire col bonsai? Eppure, nel mettergliela in mano avete avvertito un fremito di colpa: sta attenta sai, che per certe robe ci vuole il nobel! E lei: eh, stavano per darmelo, che ti credi? Poi però ho scelto il giardinaggio.

lunedì 6 giugno 2011

Ficus Elastica

Il Ficus Elastica non ci prova neanche. Sa di avere quest'aspetto plastificato, questa consistenza al moplen, il tatto di una vaschetta di margarina e la mollezza di un paracarro: quindi non bara, a partire dal nome. Piu' che una pianta è un derivato petrolifero e oggi campa di imbarazzi, perché con le energie alternative non si sa come andrà a finire. Intanto, pero', riposa sugli allori.

Digressione. Che li schiacci un po', questi allori, non dispiace: son arbusti vanitosi che se la credono, molto per colpa di David e Ingres. Cioè: avete mai visto un pirla diverso da un neo laureato con dell'alloro in testa? Se non erano i pittori a ficcarlo in fronte a Napoleone o Cesare, l'alloro restava a vita nel culo del pollo arrosto.

Riprendo. Il ficus elastica, meglio noto come albero della gomma per via del lattice colloso che molla se gli si incide il tronco, ha segnato un record di vendite alle aste olandesi.

Pare che l’Elastica abbia quantomeno doppiato il cugino Benjamin, che con quel nome biblico-buonista ha lasciato fare e adesso col gradimento a picco e nessuna utility da offrire, è pentitissimo ma boia se lo ammette. Va da sè che la plastica vive un momento felice. Quanto alle foglie protese e infrangibili, sono la metafora dell'eterna giovinezza. Nulla le scalfisce. Non si piegano, immote, senza solchi, botulinizzate. Potrebbero benissimo spadroneggiare in un reality o tener banco in un talk show de La7. Mentore della magia della medicina estetica senza dimenticare i primi passi mossi come chewingum, il ficus elastica profetizza la felicità. Ora, lontani dalle luci della ribalta e dalle lusinghe di Faust, resta da chiarire perche' in un appartamento di Supersano uno si debba infilare un albero della gomma.

Plausibile un'intrusione a casa Santanchè - se non si ha a mano una siringata di silicone si prova col caucciù prima che il labbro si spadelli sul mento - ma nel tradizionale alloggio salentino, che ci fa l'Elastica? Una pianta ialuronica, che in natura può raggiungere i trenta metri e già vede come primo obiettivo lo zenith della volta a stella. Prima che le vicine sfiorite bussino alla porta per accoltellarvi la pianta e correre a farsi una maschera col succo rigenerante, c'e' da prendere una decisione etica: o incoraggiarle e trasformare tutto cio' in un provvidenziale second business (la panetteria non va mica tanto bene), o sbarazzarsi dell'Elastica recuperando serenità, coscienza della caducità delle cose e soprattutto rigettando tentazioni lestofantesche.

Senza indugi, state aiutando il vostro Ficus a riprodursi per margotta. Uno due tre quattro Elastichini nuovi nuovi e già suonano alla porta. Vostra moglie che, saggia, non e' mai andata oltre la Cera di Cupra, prova a distogliervi citando un cugino finanziere che ha preso vari encomi per eccesso di zelo. Ma voi niente, state lì, cutter in mano e sorriso malizioso. Lei minaccia e voi omaggiate la prima cliente. Lei sbatte un uscio e voi cinguettate 'soddisfatta o rimborsata' (solo cinquanta euro la prova). Lei telefona al cugino e voi affondate la lama nel tronco. Lei piange sommessamente invocando antiche felicita' ma ormai la sua voce ondeggia, va, torna. E va a spegnersi, rimbalzando contro il muro di gomma dell'Elastica. Che immota e protesa si mastica un caucciù.

sabato 28 maggio 2011

Il Croton non fa provincia

Il Croton non fa provincia. Nulla a che vedere con la Calabria. Come Sandokan viene dalla Malesia e come Sandokan è pronto all’arrembaggio. La sua pirateria sta nella multipla forma, nel cambio casacca facile facilissimo: un acuto e professionale trasformismo, roba da insegnare qualcosa persino a Calearo.

Croton si presenta oggi con foglie allungate ed elittiche ma domani con foglie corte e ovali, ora a margini lobati e ora magari lisci, forse con striature rosa o forse gialle, in un’alternanza di genere mutuata da certe disinvolture parlamentari e comunque luminoso esempio di integrazione in seno alla repubblica italiana.

Diverso ma comunque sempre se stesso, avrà capito questo croton – che croton non ci pare per niente, poi - che adeguandosi in scioltezza ai gusti di chi ti deve far entrare in casa (villone o appartamento che sia) si va più lontani e si sconfigge l’ insicurezza dei nostri tempi.

Quanto a voi, eccovi gabbati al vivaio. Entrando – spinti da quella fregola di cambio look domestico che spesso passa per impulsi autodistruttivi (prima delle piante vi avevano sedotti il divano letto Trimalcione e la poltroncina Betsabea) – avevate una sola certezza: tutto ma non un altro Croton, l’ho scelto una volta ma non ci ricasco. Non l’ha mai pari, troppa luce troppa ombra troppo freddo troppo caldo. Non sta bene in nessun posto. Qui c’è l’ombra e là c’è il sole. Ingiallisce e rinverdisce a singhiozzo e comunque sempre in situazioni diverse. Non ci si può far conto. Ancora vivido quel periodo defatigante in cui – nutrendo speranze di spuntarla – misuravate persino la temperatura ‘vasale’ al croton, attendendo rapacemente di potervi impadronire del termometro Chicco spesso impegnato in esplorazioni diagnostico-pediatriche. 15, 16 gradi max d’inverno, ma ti ricordi? con effetti collaterali misti: liti notturne per il possesso del piumone, quell’urinare compulsivo, moglie a letto coi calzerotti che, diciamolo, è un autogol mostruoso.

Schivato dunque lo scaffale col croton che ricordavate così bene, avete pagato e non poco per tre begli esemplari di Coedion variegato. Oggi odiate i self service, i mercatoni, gli ipermercati dove tutto ha un nome sul cartellino ma si è infinitamente soli nel momento delle scelte. L’ultimo commesso è stato visto al reparto imballaggi ma ormai è un anno e chissà. Forse si è auto spedito a casa, forse di piante non ne sapeva, fatto sta che orfani davanti al Coedion come potevate immaginare che era sempre lui, il Croton, che sotto nome scientifico si ri-insinuava nel vostro quotidiano? Giuro, tutto diverso. Colore, forma, dimensioni. Avrebbe fregato anche la Digos.
Lo avete scoperto non molto dopo. C’è sempre un parente saccente che come folgorato davanti alle piante gorgheggia ‘Ah, che bel:::! ‘
Questa volta l’avete presa male. Lasciate il crotn in favore di sole. Quando si superano i 27 per un pochino…è fatta. O almeno sperate. Perché a volte ritornano. O semplicemente non se ne vanno. Ne deve essere convinto anche Scilipoti, che ha il pollice verde ma anche bianco blu e grigio e una collezione di croton da perdere la testa.

lunedì 23 maggio 2011

Monstera deliciosa

Sarà perché a casa sua la sterminano assieme al resto della foresta amazzonica che la Monstera deliciosa ha deciso di installarsi a casa vostra. Praticamente è una rifugiata politica, un’icona della sopraffazione delle multinazionali, un reperto caro alle ultime tribù indios e dunque attenti a come la guardate.

Ve l’hanno portata per l’anniversario di matrimonio, ecco l’errore di avere amici senza fantasia, si sa che una pianta va sempre bene. Posto che non li inviterete mai più anche perché nel frattempo vi siete separati, la pianta sta lì a ricordarvi i plurimi errori del passato. E pur accudita il minimo sta benissimo, forse perché la missione non le dispiace o semplicemente in quanto, come hanno sottolineato nello spingervela in salotto dentro un capitello corinzio, “è molto resistente, veramente tanto”.

Ne diffidate. La Monstera deliciosa – già la sottile paraculaggine del nome (o l’uno o l’altro eh? si può definire che so, una Binetti deliziosa?) - è coriacea e tenace e, altra prerogativa inquietante, cresce come solo una pianta ancestrale può crescere. La Monstera occupa ormai un terzo della cubatura del bilocale. Fate fatica a entrare con la spesa. La pianta ha doppiato la larghezza dell’ingresso e come un veliero in bottiglia non ha più uscita. Impossibile regalarla al portiere (idea salvifica ma tardiva). E’ anche cespugliosa e intricata. Toglie luce, fa paura: sospettate che abbia intimorito la Mariangela, che era venuta a cena ma non ha mai più risposto al cellulare. E’ un’invadenza possessiva quella delle foglione frastagliate, marziane e scure. La pianta vuole l’esclusiva. Presto non vi lascerà più muovere, reclamando un amplesso botanico.

Ecco un caso di legittima difesa, in cui abbandonare ogni scrupolo.

Prima botta con la Coca (Cola), metodo collaudato, larga percentuale di successo. Data la stazza della Deliciosa, necessarie almeno tre bottiglie da un litro e mezzo. Attendere le ombre della sera, agitare prima dell’uso e stappare, riversando nel terriccio le spume venefiche. Per una figlia della foresta Equadoriana la fine può essere lenta. Tenete la pianta sotto stretta osservazione e se dopo un paio di giorni ha ancora le foglie di quel verdone vivido, approfittate del momento storico e lasciate accesa la tv. Su qualche rete passa certamente il monologo berlusconiano o la Moratti ingastrita pre-ballottaggio. Gli espettorati elettorali travolgeranno la Monstera, companera e campesina, estremista di natura. Impallidirà, si torcerà , afflosciandosi infine sopraffatta dalle minacce dell’ecopass.

Riciclate il cadavere. Foglie nella differenziata, capitello base TV, tronco e rami della defunta ad alimentare un autunno di seduzione davanti al caminetto. Raggiunta dall’eco della fine, la Mariangela vedrete che torna.



martedì 17 maggio 2011

Un nemico verde non è solo un marziano

Son bravi tutti a rimorchiare una schefflera e portarsela in salotto. Ti raggira. Ti fa credere che ingentilirà la tua vita d’appartamento, ti coprirà di ozono, ti laverà i bronchi e gli occhi. Ti illude di poterti apparecchiare la campagna senza l’obbligo di pic nic (e formiche).

Ci caschi, anche i migliori cadono. Tra l’altro questa schefflera, come le sue amiche verdi, è una tipetta ammiccante, tutta svolazzi, con quelle manine leghiste protese verso la zona giorno. Inganno! Qualcuno deve aprire gli occhi a chi non va oltre le foglie.
La pianta: un dottor Jackyll alla clorofilla: fuori – boschi, viali, prati, aiuole, terrazzi, giardini – miracolo imprescindibile. Madre di Ossigeno e Armonia. Trionfo di Vita e Paesaggio.

In casa, insidiosa presenza. Mr Hide infatti dentro ruba quel che fuori regala - l’aria che respiri -, partorisce bestiole non domestiche, ti schiavizza ferie e week-end col suo bisogno d’acqua oppure costringe amici di buon carattere a farla bere in tua assenza. Se manca la leva volontaria, la pianta farà lievitare le spese per la colf, annaffiatoio in pugno fuori orario. L’acqua poi, anche se avete piazzato il sottovaso in plastica, bagnerà senz’altro e comunque il pavimento realizzando tratti giotteschi (indelebili) su marmi e parquets.

E mica è finita: la schefflera intristita perde le foglie (sempre sul pavimento): i fitofarmaci sono carissimi e il prodotto che cercate arriva sempre la settimana prossima. Intanto i bambini scalano la pianta, il gatto fa la pipì nel vaso, il cane butta giù bambini pianta vaso oppure lo fa il gatto, o i bambini, o magari voi, che sfiniti arrancate al buio verso il corridoio notte. Insomma e’ lo Sporco. Quell’assassino.

Se detto ciò non ritenete che le piante in casa siano una minaccia, avete senz’altro sbagliato blog e vi auguro mille azalee. Se invece abbracciate con me la tesi del nemico verde, scopriamo come difenderci e liberarcene alla faccia del convivente e del pollicione di cui tanto si vanta, lui (lei) che anche in vacanza a Porto Cesareo, una volta, ha piazzato sulla tv un’artemisia nana sradicata dal cortile condominiale. Artemisia, finite le ferie è tornata a casa con voi e lì ancora prospera. Per adesso…